L'inferno di Treblinka

Recensione L’inferno di Treblinka di Vasilij Grossman

L’inferno di Treblinka di Vasilij Grossman è uno dei libri più spaventosi e spietati sull’inferno nazista

Vasilij Semënovic Grossman è stato un giornalista e scrittore sovietico di origine ebraica. La sua indole sempre alla ricerca di conoscenza e divulgazione, gli permise di studiare ingegneria e dopo essere cresciuto a Ginevra e aver studiato a Kiev scelse di raccontare l’epopea dell’Unione Sovietica, credendo fermamente nella costruzione dell’ “uomo nuovo”.

Cominciano così i suoi scritti indimenticabili, che restano per noi pietre miliari fondamentali a testimonianza di quel periodo che comprende la seconda guerra mondiale.
Grossman fu corrispondente di guerra per il quotidiano dell’esercito,  “Stella rossa” e seguì il fronte fino alla Germania.  In quel periodo iniziò a scrivere una grande opera incentrata sulla Battaglia di Stalingrado, e pubblicò Il popolo è immortale” (1943), esaltazione dei sacrifici sofferti dai popoli dell’Unione Sovietica durante l’invasione tedesca del 1941.


Tra il 1944 e il 1945 invece si dedicò a un’altro reportage che documentava i crimini di guerra nazisti nei territori sovietici contro gli ebrei Il libro nero“.
Lo scrittore e giornalista ebreo Grossman, subì direttamente le devastazioni della seconda guerra mondiale, la lotta contro i nazisti, la sconfitta di Hitler e poi l’ascesa di Stalin.
Dopo aver assistito alla campagna antisemita (fra il 1949 e il 1953) si trovò in dissidio con il regime e le cose precipitarono. Vita e Destino, la sua grande opera venne sequestrata e non terminata.

I campi di sterminio nazisti raccontati da Grossman

“Dove la violenza cerca di cancellare varieta’ e differenze, la vita si spegne”. Così il giornalista sovietico, descrive la dura realtà di quelle che possono essere le cause, del genocidio perpetrato dai nazisti agli ebrei e a tutti coloro che il razzismo ha abbracciato in una camera di torture e di gas in quel periodo.

Il libro l’inferno di Treblinka, edito da Adelphi è forse uno dei documenti più crudi che abbiamo di quel periodo. E’ un piccolo opuscolo giornalistico che fu scritto da Grossman sul finire dell’estate del 1944, subito dopo la liberazione del campo di Treblinka. Il libro venne addirittura adoperato come testimonianza durante il processo di Norimberga. Ne riportiamo un breve tratto, toccante e devastante, per non dimenticare mai cosa furono per tutti quegli innocenti quegli anni di orrore.

No, non è possibile immaginare cosa accadesse nelle camere a gas…corpi morti ancora in piedi che già cominciano a raffreddarsi.
I bambini resistevano più a lungo degli altri, sostengono.
Dopo venti, venticinque minuti i complici di Schmidt,controllano dallo spioncino.
E le porte che danno sulla banchina si spalancano. In tuta da lavoro e con le SS che li incitano urlando, altri prigionieri procedono allo scarico.
Il pavimento è inclinato verso l’esterno, molti corpi rotolano fuori da soli.
Alcuni di coloro che si occupavano dello sgombero mi hanno raccontato che i cadaveri perdevano rivoli di sangue dal naso e dalla bocca. Le SS esaminavano i cadaveri senza smettere di chiacchierare e se qualcuno ancora vivo, geme o sussulta viene finito con la pistola. Squadre di uomini armati di tenaglie da dentista, strappano i denti d’oro ai morti in attesa di essere caricati sui carrelli e scaricati nelle fosse. Diecimila persone al giorno, trecentomila al mese.
Tre milioni di vittime in 10 mesi.

La Madonna della Sistina citata da Grossman nell’inferno di Treblinka


La Madonna della Sistina rappresenta la perfetta fusione della prospettiva teocentrica delle icone russe con lo sguardo umano dell’arte occidentale.
Vasilij Grossman ne: “L’inferno di Treblinka” ricorda la Madonna della Sistina di Raffaello, le sue origini russe glielo impongono così come anche Dostoevskij la cita nei Demoni, e molti autori russi la ricordano nei loro scritti, tra cui Turgenev.

“Il ricordo di Treblinka era riaffiorato nel mio cuore senza che me ne rendessi conto…
Era lei a calpestare scalza, leggera, la terra tremante di Treblinka, lei a percorrere il tragitto da dove il convoglio veniva scaricato fino alla camera a gas.
La riconosco dall’espressione che ha sul viso, negli occhi. Guardo suo figlio e riconosco anche lui dall’espressione adulta, strana.
Così dovevano essere madri e figli quando scorgevano le pareti bianche delle camere a gas di Treblinka sullo sfondo verde scuro dei pini, così era la loro anima.”

Il messaggio di sensibilizzazione che vorrei inviare è quello di non arenarsi mai nelle sabbie mobili dell’odio, mai di porsi continuamente le domande giuste. Ogni singolo uomo è tenuto, dinanzi alla sua coscienza, a suo figlio e a sua madre, dinanzi alla patria e al genere umano a rispondere a una domanda: che cosa ha generato il razzismo? Cosa possiamo fare perchè questo non accada più?

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